A Firenze arrivano gli OSCE Days

OSCE DAYS logo

Può l’approccio Open Source contribuire al passaggio da un’economia lineare ad una circolare? Ne sono convinti Lars Zimmermann e gli altri organizzatori degli OSCE (Open Source Circular Economy) Days, un evento globale e decentralizzato che si svolgerà dal 9 al 13 giugno in svariate città del mondo; in Italia sono previsti eventi a Roma, Firenze, Rovereto, Torino e Villa Bartolomea.

A Firenze l’appuntamento è per Sabato 11 giugno, all’Impact Hub (via Panciatichi 14) a partire dalle ore 15. (vd. il programma).

Scopo degli OSCE Days è quello di coniugare l’approccio Open Source con la ricerca di un’economia (e in generale di una società) senza rifiuti, in cui i prodotti, fin dal “concepimento” (ossia dal design) siano pensati per poter essere riutilizzati e riciclati.
Come recita la
Mission Statement:

Attualmente abbiamo un sistema lineare -prendiamo le risorse dalla terra e le trasformiamo (spesso in maniera rischiosa) in rifiuti. Consumiamo e distruggiamo il nostro pianeta più velocemente di quanto esso non possa auto-ripararsi. Conosciamo questi problemi da decenni, ma nonostante una sempre maggiore consapevolezza da parte dell’opinione pubblica siamo ancora ben lontani da soluzioni globali. Gli approcci “verdi” al momento agiscono solo come freni (per giunta poco efficaci) in questa traiettoria distruttiva. È necessaria una svolta più radicale nel nostro modo di collaborare, progettare, produrre e distribuire i nostri prodotti e i servizi collegati.

Ma come si inserisce l’Open Source in questo discorso?

(…) quando pensiamo al design e alla produzione, è assai inverosimile che delle aziende possano costruire da sole, in totale isolamento, dei processi perfetti, nei quali le componenti di due o tre prodotti elegantemente ideati alimentano i reciproci cicli vitali in modo bilanciato e nettamente concluso. Questo modo di pensare all’economia circolare è immensamente difficile ed illogico.

Abbiamo bisogno di guardare più lontano, per prospettive più lungimiranti. Abbiamo bisogno di collaborazione e standard aperti attraverso Paesi e industrie. Abbiamo bisogno di trasparenza nei processi di fabbricazione e produzione materiale. Abbiamo bisogno di prodotti che siano comprensibili, resi aperti e riparabili. Abbiamo bisogno di condividere la conoscenza su come le risorse scorrono attraverso il nostro sistema. E quando vengono ideate e diffuse buone soluzioni, dobbiamo essere in grado di usarle, di costruire sopra di esse e di migliorarle, a beneficio del nostro pianeta e della nostra società.

Abbiamo bisogno di un approccio Open Source all’economia circolare!

I nostri problemi ecologici sono condivisi da tutti noi; ergo, anche ogni soluzione dev’essere ugualmente condivisa.

Open Source significa rendere pubblico il come son fatte le cose; ricette, codice sorgente, dati di produzione o file di progetto, cosicché tutti possano studiare, usare e costruire sopra queste informazioni.

Questo spesso accade attraverso la collaborazione decentralizzata e distribuita; diversi gruppi che discutono idee di progetto, danno feedback, risolvono i bug, “prototipano” soluzioni e costruiscono software, hardware, strumenti e cultura utile e personalizzabile.

Dal Software Libero -che sta alla base della parte più grande di Internet- fino ad arrivare a Wikipedia e Open Street Map, possiamo vedere che questa collaborazione distribuita può fare grandi cose. Noi utilizziamo strumenti e tecniche sviluppate in questa tradizione per lavorare insieme, in modo internazionale e interdisciplinare. Seguendo il successo del mondo del software, il modello Open Source è ormai diventato un movimento in continua espansione; dall’Open Hardware all’Open Design, dagli Open Data all’Open Government.

Crediamo che questo modo di collaborare -il modo Open Source- e la trasparenza e libertà che ne derivano siano la chiave -nonché l’unica via- per creare un’economia circolare radicalmente diversa, complessa e in rapido sviluppo.

Firenze è una città che, negli ultimi anni, ha visto nascere numerose realtà interessanti, e questo appuntamento è la vetrina ideale.
Tra i partecipanti ci saranno il gruppo dei Restarters fiorentini, gli Orti dipinti, i ragazzi di Funghi Espresso, le agguerrite Mamme No Inceneritore e la Nastro Azzurro.

Si consiglia dunque di non mancare a questo appuntamento, e di registrarsi tramite EventBrite.

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Sesto e la democrazia, nell’era di Liquid Feedback

800px-Montemorello

Qualche tempo fa Matteo Renzi, parlando dell’articolo 18 e dintorni, disse che era più o meno come avere un iPhone e chiedersi dove andasse inserito il gettone.
Ora, al di là delle spontanee battute volgari che potevano scaturire in risposta a quel quesito, le parole del Premier tornano in mente oggi, perché a fare la figura dell’anziano spaesato d’innanzi all’ultimo smartphone sembra, piuttosto, l’intero sistema dei partiti italiani (oltre che, naturalmente, il codazzo di giornalisti al seguito).

La vicenda di Sesto Fiorentino, con la sfiducia al sindaco Biagiotti, ha mostrato, una volta di più, quanto abissale sia ormai la distanza tra i partiti cosiddetti “di massa” e i cittadini che dovrebbero rappresentare.
Quella sestese è la storia d’una candidata sindaco imposta dall’alto, senza primarie (con tacito e colpevole assenso della cosiddetta minoranza), messa li’ da quel Renzi che grazie proprio alle primarie è diventato Segretario (e, in sostanza, padrone) del PD. Con un programma che, in buona sintesi, si può riassumere in “fa’ ciò che vuole la dirigenza”, incluso aeroporto, inceneritore e annessi.

Senonché le suddette opere, a Sesto come in qualunque altra parte d’Italia, qualche preoccupazione inevitabilmente la destano. Certamente non solo a quelli che la stampa filo-governativa suole dipingere come fancazzisti – perdigiorno – radical chic-comunisti, ma anche a comunissime madri di famiglia, organizzatesi in un’associazione che ne ha al suo fianco molte altre.  

E allora ecco che le letture della vicenda date dalla suddetta stampa lasciano il tempo che trovano.
“Sara Biagiotti ha vinto col 56% dei consensi” è il refrain che si sente ripetere, “e dunque sfiduciarla significa tradire la volontà degli elettori”. Ora, a parte il fatto che quel 56% è un dato tutt’altro che straordinario, in un comune in cui il PD avrebbe serie possibilità di vittoria anche candidando un rotweiler o un attaccapanni, la questione è decisamente più complessa.
Tanto a livello locale quanto nazionale, si parte dal presupposto che votare per un candidato significhi lasciargli carta bianca su tutto per gli anni a venire, indipendentemente dal fatto che rispetti o meno le promesse fatte in campagna elettorale. Così oggi c’è chi accusa la minoranza DEM di aver tradito il mandato agli elettori se non supporta in pieno l’agenda politica di Renzi. Si finge di ignorare il fatto che l’attuale Premier, per vincere le primarie, non aveva minimamente accennato a molte delle riforme che adesso sta portando avanti; non aveva parlato dell’abolizione dell’articolo 18 (“non è quello il problema” diceva), o ai super-presidi nelle scuole, o alla legge elettorale. “Paradossalmente”, chi oggi in aula vota contro quelle riforme sta in effetti dimostrando coerenza con i propri elettori: che – è bene ricordarlo – in un Paese democratico dovrebbe essere più importante della fedeltà al capo-partito.

Ora, la vicenda di Sesto Fiorentino presenta caratteristiche peculiari, ma il problema di fondo è identico: oggigiorno non è più pensabile che chiunque voti per un partito (o un candidato) ne condivida il programma al 100%. Lo si può votare perché lo si ritiene il male minore, o magari per punirne un altro (il cosiddetto “voto di protesta”); o magari lo si vota perché si condivide quasi tutto il programma, ma si è in disaccordo con alcuni punti, non necessariamente irrilevanti.

La consapevolezza di tutto ciò ci ha spinti, come Partito Pirata, a superare la forma di partito tradizionale e verticistico, rinunciando ad avere un Leader e affidando il potere decisionale ad un organo collettivo che si chiama Assemblea Permanente: le decisioni vengono prese votando democraticamente le mozioni, con tempi e regole certe (e anch’esse collettivamente stabilite).
Lo strumento informatico che rende tecnicamente possibile la perenne convocazione e il lavoro dell’assemblea è Liquid Feedback, software libero utilizzabile non soltanto dai Partiti, ma potenzialmente da qualunque associazione od organizzazione.
Per maggiori informazioni sul funzionamento del software si veda QUI.

Dunque la domanda è semplice: è pensabile, nell’A.D. 2015, in un Paese in cui gli italiani possiedono mediamente un cellulare e mezzo a testa (e dunque di possibilità di accesso alla Rete), di utilizzare degli strumenti Internet (non necessariamente Liquid Feedback) per coinvolgere maggiormente la popolazione locale nella vita democratica del proprio comune?

Dal punto di vista tecnico non ci sono motivi per dubitarne.
L’Islanda -Paese che ha una popolazione di circa 300.000 persone, e in cui il Partito Pirata è attualmente in testa ai sondaggi- ha utilizzato strumenti “rudimentali” come i social network non per scrivere una legge qualunque, ma per cambiare la Costituzione. E se 300.000 persone sembra una piccola cifra, teniamo presente che nella stragrande maggioranza dei Comuni italiani abitano molte meno persone.

Certo, l’Italia ha qualche problemino in più dell’Islanda; l’età media alta (siamo il secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone) e -strettamente correlato- un analfabetismo digitale tra i più alti del continente; ma è anche vero che almeno il secondo di questi problemi è verosimilmente destinato ad affievolirsi molto -se non proprio a scomparire- col passare degli anni, quando le vecchie generazioni saranno sostituite da quelle dei c.d. “nativi digitali”.
E dunque è pensando a costoro che dovremmo cominciare a muoverci, e pretendere che chi amministra la Res Publica coinvolga maggiormente i cittadini nelle decisioni che riguardano la loro vita quotidiana.

Anche e soprattutto in materia di opere -grandi o piccole che siano- dall’alto impatto ambientale; se si tratta di costruire inceneritori, varianti autostradali, aeroporti o simili, riteniamo (ed è un punto del programma) che consultare la popolazione locale e considerare vincolante la decisione presa dalla popolazione dovrebbero essere tappe obbligate, al giorno d’oggi.

Altrimenti, faremo sempre la figura dell’anziano spaesato d’innanzi all’iPhone.