Così parlò il leghista

gggCome sapete, una settimana fa avevamo inviato ai candidati governatori della Toscana alcune domande; e, come precisato, gli unici a degnarci d’una risposta sono stato il leghista Claudio Borghi e Gabriele Chiurli, di “Democrazia diretta”.

Premesso il fatto che a Borghi va riconosciuto il merito d’aver se non altro risposto, credo sia giunto il momento di dire due parole circa il contenuto di tali risposte.

Con una premessa: Claudio Borghi non è un leghista qualunque. È un docente di Economia degli intermediari alla Cattolica di Milano. È quello che -come ci ha spiegato- è entrato nella Lega da pochi mesi ed è riuscito a imporre la propria linea economica (uscita dall’euro in primis) a Salvini.

Insomma, un ritratto lontano dallo stereotipo del leghista semi-analfabeta che tante malelingue sono solite tratteggiare. Ed è alla luce di queste considerazioni che alcune sue risposte lasciano perplessi.

E lasciano perplessi perché sono una dimostrazione lampante di quanto, ormai, la sfida politica italiana si giochi pressoché esclusivamente sul piano della comunicazione, con tecniche e strategie riprese pari pari dal mondo del marketing; lo slogan, il refrain, la frase a effetto, ma soprattutto l’abitudine ad illudere la gente che esistano soluzioni semplici a problemi estremamente complessi. E in tutto ciò non si avverte più neanche la necessità di documentarsi un minimo sui problemi, prima di rispondere a una qualsiasi domanda; si può più comodamente ricorrere a queste riposte “pre-confezionate”, messe insieme raffazzonando dogmi imposti dalle segreterie di partito, attacchi strumentali all’avversario e promesse generiche. Fece meno scalpore del dovuto l’episodio di qualche mese fa, quando la leghista Claudia Bellocchi (coordinatrice del partito a Roma e nel Lazio), intervistata ai microfoni di Radio Cusano Campus, continuò a ripetere che il trattato di Schengen andava sospeso, salvo poi bloccarsi quando i conduttori le chiesero se sapesse cosa fosse di preciso il suddetto trattato.

Parafrasando il JAx dei bei tempi andati: “Se la politica fosse cibo, la Lega sarebbe un fast-food”.

Lo slogan e il refrain: tutta colpa di Renzi

Una bugia ripetuta 1000 volte diventa una verità. Una tecnica vecchia e consolidata nel mondo del marketing, ma che da qualche anno la politica è riuscita ad applicare con successo alla creazione di consenso. Si tratta di assicurarsi che il maggior numero possibile di deputati ripeta davanti alle telecamere (dei tg o dei talk-show) alcuni concetti-chiave, di volta in volta ritenuti come quelli più in grado di far presa sull’opinione pubblica, capaci di far passare in secondo piano ogni possibile obiezione. Tecnica non a caso diventata prassi abituale a partire dai partiti di Berlusconi. Ai tempi dei suoi governi, se l’argomento era la riforma Gelmini il ritornello doveva necessariamente essere “Nell’università pubblica ci sono troppi baroni”; se il tema erano le leggi-bavaglio contro le intercettazioni telefoniche il punto era che esse “costavano troppo”, e via dicendo. Il PD di Renzi -così come tutti gli altri, M5S incluso- ha ereditato e forse persino migliorato quest’abitudine; alla vigilia delle europee non c’era deputato dem che non infilasse nel proprio intervento (qualunque fosse l’argomento) la storia degli 80 euro. E in seguito la riforma del Senato, e poi la legge elettorale, etc.

Ora, Borghi non fa eccezione. Se da Via Bellerio è arrivato l’ordine di iniziare ogni ragionamento dando la colpa a Renzi, anch’Egli si adegua, con sprezzo del ridicolo.

E così si viene a scoprire che le alluvioni e il dissesto idrogeologico sono colpa di Renzi, reo di aver abolito le province (cosa vera solo in parte, peraltro, ma comunque richiesta dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana), che di questo si occupavano.

Perché è noto, infatti, che quando c’erano le province i dissesti non si verificavano mai.

Ma #colpadiRenzi è solo il primo refrain. C’è anche il “se vinciamo in Toscana, cade Renzi”. Affermazione ovviamente priva di qualunque fondamento giuridico, visto che -Costituzione alla mano- i governi cadono se il Parlamento li sfiducia. Del resto, se un Governo dovesse dimettersi ogni volta che il partito di maggioranza non vince un’elezione, cambieremmo governo probabilmente ogni 6 mesi.

Ma Borghi dà il meglio di sé nel (non) rispondere all’altra domanda, quella in cui gli viene chiesto dove pensa di trovare i soldi per la manutenzione del territorio. “Poiché se vinciamo in Toscana, cade Renzi, cercheremo di vincere anche le Politiche e in quel caso troveremmo i soldi per fare le cose giuste e negli interessi del nostro Paese, quindi anche per questo settore”.

Chiaro, no? I soldi li troveranno da qualche parte, se vincono le regionali prima e le politiche poi. Non è chiaro cosa accade se vincono le Regionali ma non le politiche, ma insomma non sottilizziamo troppo; dopotutto hanno assicurato che i soldi da qualche parte li trovano. C’è solo da augrarsi che, da qui a quando saranno padroni assoluti dell’Italia, il tempo regga.

Il capolavoro di Borghi è tuttavia la risposta sulle monete complementari. Si chiedeva un parere sulla possibilità di sperimentare l’utilizzo di valute complementari (tipo il Sardex) anche in Toscana. “Mi viene da sorridere: il PD prima costringe l’Italia a fare la serva di Berlino, e poi nelle regioni che amministra studia questi stratagemmi che potrebbero anche funzionare, ma che sono, diciamo, quantomeno stravaganti. Mi piacerebbe che un governo, possibilmente eletto dai Cittadini, dicesse stop alla moneta unica, principale nostro attuale problema. Poi si possono studiare tutti i metodi complementari di scambio e commercio possibili, sempre negli interessi di produttori e acquirenti”.

Ecco, anche a me viene da sorridere, ma giusto per non piangere. Borghi è evidentemente convinto che il Sardex o il Bitcoin siano “strategemmi” inventati dal PD per amministrare certe regioni. Sarebbero bastati due minuti per scrivere questi vocaboli su Google e scoprire che, invece, sono rispettivamente parto della mente di alcuni ragazzi sardi e di un gruppo di hacker giapponesi (del resto, con rispetto parlando, pensare che nel PD ci siano persone in grado di escogitare soluzioni di questa complessità significa sopravvalutare parecchio questo partito).

Quanto poi all’affermazione che “potrebbero funzionare” ma sono “stravaganti”, il Sardex è oggi utilizzato da oltre 2500 imprenditori in Sardegna, e Bitcoin è un fenomeno globale.

Da un docente di economia ci si aspetterebbe che quantomeno fosse a conoscenza di cosa siano questi fenomeni. O magari potrebbe farseli spiegare dal compagno di partito Calderoli, che esattamente 10 anni fa propose la stessa identica cosa, cioè d’introdurre una valuta nazionale da usare in parallelo con l’euro (il cosiddetto “doppio binario”). Propose anche di chiamare tale valuta “Calderolo”. L’idea nacque e morì lì, e tuttavia oggi l’ipotesi di usare più valute nell’Unione Europea è tutt’altro che una boutade; nelle scorse settimane era stata persino ventilata l’ipotesi di introdurre il doppio binario in Grecia, come alternativa meno drastica all’uscita dall’Euro.

Ma tutti questi discorsi, naturalmente, possono interessare soltanto un’assai ristretta parte del popolo italiano. Ai più basterà sentirsi dire che tutto si risolverà uscendo dall’Euro e radendo con le ruspe i campi rom.

Tornano in mente le parole del mai abbastanza compianto Monicelli: “agli italiani piace che qualcuno pensi al loro posto; poi, quando le cose vanno male, ma veramente male, lo appendono per i piedi”.