Aaron è più vivo che mai

Domenica scorsa, a Firenze e Roma, abbiamo voluto ricordare Aaron Swartz, proiettando il documentario realizzato in suo onore (The Internet’s own boy).

Nell’evento fiorentino -tenutosi al FabLab Firenze– l’aspetto che è emerso maggiormente e che quasi tutti hanno sottolineato è la scarsissima -quasi nulla- notorietà della vicenda, anche tra gli “addetti ai lavori” (intesi in senso ampio: informatici di professione, ma anche appassionati di libertà digitali e software libero, frequentatori di FabLab e affini). E una certa uniformità di opinioni c’era anche sul perché tale vicenda sia poco nota; la “disorganicità al sistema” di Swartz era un qualcosa che non lo rendeva -agli occhi dei media mainstream- un modello da additare alle future generazioni, a differenza -ad esempio- d’uno Steve Jobs o simili, questi ultimi invece meritevoli di quella che è considerata -oltreoceano ma anche qui, ormai- la più grande virtù umana: la capacità di monetizzare la propria intelligenza (o scaltrezza).

Prima ancora che la sua battaglia sull’accesso libero alla conoscenza scientifica, è stato forse il suo rifiuto della “cultura della Silicon Valley” -e dunque dell’idea che qualunque guadagno è lecito, compreso quello ottenuto a scapito del progresso collettivo- a renderlo un personaggio sovversivo. Una sovversività per giunta tra le più pericolose, in quanto proveniente non da scalmanati violenti e incendiari (e dunque facilmente additabili alla pubblica opinione come pericoli pubblici), ma da un ragazzo mite e timido, un po’ introverso, e soprattutto dannatamente intelligente.

In effetti, molti dei messaggi che mandava al mondo, tramite il suo blog o nelle dichiarazioni pubbliche, erano decisamente sovversivi. Vorrei soffermarmi su due in particolare.

Rifletto sulle cose in modo profondo e vorrei che gli altri facessero altrettanto

Questo è forse uno degli aspetti più tragici della società contemporanea, e del nostro Paese in particolare: la tendenza sempre più diffusa a fermarsi al titolo di un articolo giornalistico (almeno per chi ancora li legge), o ad accettare in maniera del tutto acritica ciò che si vede a questo o quel cosiddetto telegiornale, e di conseguenza al dare giudizi sommari, a valutare con la pancia anziché con la testa.
C’è da dire che, in tutto ciò, la cosiddetta informazione, la politica e l’opinione pubblica hanno pari responsabilità nell’aver creato un circolo vizioso da cui non s’intravede via d’uscita.
Alla sempre più dilagante pigrizia mentale dell’uomo di strada la politica si è adeguata e adagiata, riducendosi ormai a comunicare a forza di messaggi talmente brevi e concisi da poter rientrare in un tweet o addirittura su una felpa. E ovviamente la complessità non la si può spiegare in 140 caratteri, e le conseguenze si vedono. Provvedimenti ritenuti utili anche dagli addetti ai lavori non vengono approvati per timore che la gente non capisca; un timore divenuto ormai certezza, tanto che si preferisce seguitare con le soluzioni a breve termine e con la ricerca del consenso immediato. A scapito ovviamente delle generazioni future e in parte anche di quelle presenti.

E l’informazione (sia essa cartacea, televisiva o cibernetica), salvo poche virtuose eccezioni, ha ormai da tempo capito che elettori e lettori si distinguono solo per una “e” iniziale, e che dire loro ciò che vogliono sentirsi dire funziona tanto nelle edicole (o nei siti web) quanto nelle urne. Così chi legge lo fa per rafforzare le proprie convinzioni, più che per farsi venire i dubbi.
E c’è da dire che un certo web -quello dei social media in primis– è divenuto ulteriore amplificatore di questi fenomeni, anziché esserne -come voleva Aaron- un anticorpo. Eppure, ad oggi la rete resta pur sempre il medium che ha reso possibili progetti come Wikipedia, Wikileaks, il movimento Open Access o quello per il software libero; fenomeni che non sarebbero mai nati nei media mainstream.

Ritengo che non sia abbastanza vivere semplicemente nel mondo così com’è, solo prendere quel che ti viene dato e seguire quel che gli adulti ti dicono di fare, e quello che i tuoi genitori ti dicono di fare, e quanto vuole la società, penso che ci si dovrebbe sempre porre delle domande. (…) Una volta capito che c’erano alcuni problemi veramenti seri, questioni fondamentali, per i quali potevo contribuire a trovare una soluzione, ho escluso la possibilità di non farlo (min. 0:25)

E questa è forse l’altra più grande lezione che Swartz ha lasciato in eredità ai posteri. Questa sorta di “imperativo morale categorico” all’azione, quando ci si imbatte in qualcosa che riteniamo sbagliato, è probabilmente quanto di più lontano esista da un certo tipo di mentalità italica. Quella mentalità, s’intende, che d’innanzi alle storture si limita all’invettiva contro il “governo ladro” di turno; e che, in genere, finisce con l’augurarsi l’avvento di qualcuno che “spazzi via tutto”, soprattutto gli odiati “politicanti” e le istituzioni democratiche che rappresentano. E se quel “qualcuno” chiederà poteri eccezionali beh, che gli vengano pur dati, a patto che ci garantisca che risolverà lui i nostri problemi al posto nostro. Nel breve saggio intitolato di Stefano Berni e Jacopo Berti, intitolato “Origini, genealogia e antropologia della cultura familistica italiana”, alle pp.38-39 si incontra un perfetto riassunto della situazione:

Questo campanilismo rafforza o è addirittura la causa di una logica antistatalista in cui si riconoscono e si legittimano i propri territori rispetto a quelli degli altri. Di qui l’odio verso un potere centrale forte, che induce a sfuggire alle proprie responsabilità di cittadino nazionale: non voler pagare le tasse; guardare al potere, qualsiasi esso sia, con acredine e sfiducia; non fidarsi degli altri; non rispettare la cosa pubblica, salvo poi lamentarsi del malgoverno e del malfunzionamento dell’amministrazione, sollecitando una figura forte, quasi mitica, in grado di aggiustare tutto. Nell’anarchia e nel crogiolo italico, l’appello a un tiranno giusto, che intervenga per ristabilire l’ordine, è sempre stato la ricetta che molti italiani hanno desiderato: Dante si rivolge all’imperatore tedesco; Machiavelli invoca il Principe; la Monarchia accetta il male minore: Mussolini; il capitalismo familistico italiano si accontenta di un Berlusconi (o di un Renzi, n.d.r.) qualsiasi.

Oppure quella mentalità per cui, se anche si agisce, lo si fa ricercando soluzioni individuali, più che collettive; il lavoro ottenuto tramite raccomandazione, la mazzetta o il pizzo pagati al potente di turno in nome del quieto vivere etc.

È per tutte queste ragioni che, qui in Italia, è importante ricordare Aaron Swartz anche più che altrove: egli incarnava e racchiudeva in sé tutte quelle virtù che mancano -o anzi sono diametralmente ribaltate in vizi- in larga parte della popolazione italiana. L’altruismo, il senso civico, la curiosità intellettuale, la fame di conoscenza, lo spirito critico, la spinta morale alla ribellione contro le ingiustizie e, soprattutto, il non aver paura di sfidare il potente di turno.

L’EREDITÀ DI AARON: LE VIE DEL FILE-SHARING SONO (quasi) INFINITE

Al di là delle virtù umane, l’invito che Swartz rivolgeva nel Guerrilla Open Access Manifesto (condividere il più possibile la conoscenza, nella fattispecie articoli scientifici “ostaggio” di editori a pagamento) non è caduto nel vuoto. Di seguito una rassegna delle ultime novità in materia.

#ICANHAZPDF
Questo sistema nasce su iniziativa della ricercatrice Andrea Kuszewski; chi ha bisogno di un articolo e si trova impossibilitato a scaricarlo utilizza l’hashtag #icanhazpdf e linka l’url del file desiderato (e, volendo, anche il proprio indirizzo email). Chi può scaricarlo si mette in contatto col “richiedente”, e gli invia il file; una volta conclusa l’operazione il tweet originale viene cancellato. (articolo originale)

PirateBox & forks
Sono nati, in questi ultimi anni, progetti open hardware per creare dispositivi finalizzati al File Sharing offline. Uno dei più noti è la PirateBox, una sorta di piccolo router hackerato su cui si installa Open WRT. Lo si può realizzare con un piccolo router portatile, o in alternativa con un Raspberry PI o un laptop; il dispositivo genera una rete wifi libera, a cui chiunque si può connettere per eseguire il download dei file contenuti -ad esempio- in una chiavetta USB o per fare l’upload dei propri. Per far ciò, dopo essersi connessi, è sufficiente lanciare un qualunque browser e digitare piratebox.lan nella barra degli indirizzi; si apre una pagina come questa.

La LibraryBox è uno dei principali progetti derivati dalla PirateBox, da cui si differenzia principalmente per il fatto di essere anche acquistabile (oltre che auto-assemblabile). Ciò che rende interessante il progetto è il fatto che esista una mappatura a livello globale.

 

Materiali per approfondire:

Banche, politici e forze dell’ordine VS Bitcoin

Attenzione: questo articolo non riflette le posizioni del Partito Pirata ma solo ed unicamente quelle dell’autore, un “anonimo” pirata italiano (mezzo, secondo la questura)

Tornano alla ribalta nelle news mainstream le criptovalute, in testa a tutte Bitcoin: stavolta ad interessarsene niente meno che le più importanti istituzioni del sistema bancario, politici ed alti funzionari delle forze dell’ordine.

Le headlines parlano chiaro anche con un solo colpo d’occhio: riciclaggio, terrorismo, traffico d’armi! Bisogna correre al più presto ai ripari.

Eppure… eppure c’è qualcosa che suona strano, come se tutti all’improvviso si fossero dimenticati che… esistono i contanti, e l’oro, ed i diamanti, ed una miriade di altri modi molto più tradizionali per trafficare armi e droga o finanziare il terrorismo. E che tutte queste attività illecite esistono da molto prima delle criptovalute. E che nessuno ha ancora trovato un qualche nesso causale tra la comparsa delle criptovalute ed un qualsiasi aumento di armi, droga, violenza. Anzi, pare proprio che per contrastare questi fenomeni la soluzione migliore sia quella di investire sull’istruzione… ( Ma che ne sappiamo noi gombloddisti! )

Ci viene detto che essendo “solo codici” si possono trasmettere “tramite tor”, e questo già dovrebbe bastarci per decretare con certezza che ne verrà fatto un uso criminale: palese disinformazione, visto che non solo non viene portata nessuna prova a sostegno di questa tesi, ma al contrario sono sotto gli occhi di tutti migliaia di casi di utlizzo leciti, pubblicizzati alla luce del sole. ( coinmap.org )

Per fare ancora un po’ di chiarezza su questo tipo di stronzate spacciate per verità accertate:

Prima di tutto, il protocollo bitcoin non c’entra nulla con tor.

Tor viene sviluppato come strumento di tutela della privacy da volontari che si sono associati e dati tale scopo proprio perchè le istituzioni hanno ampiamente dimostrato di non offrire nessuna garanzia sulla tutela della privacy dei cittadini, ed anzi di abusare costantemente del proprio vantaggio tecnico e tecnologico per efffettuare sorveglianza di massa illegale e violare sistematicamente i diritti fondamentali garantiti dalla legge.

Secondo, ci sono centinaia di altri modi per comunicare in codice; ci sono migliaia di modi per effettuare pagamenti illeciti, e ci pare francamente che quello fondamentale per la riuscita del “piano” ed attualmente più utilizzato sia la cara vecchia corruzione.

Terzo, è ampiamente dimostrato ( silk road ) che criptovalute e darknets possono relativamente poco contro indagini mirate, se effettuate affiancando all’informatica forense i metodi di indagine tradizionali. Queste tecnologie di anonimato sono molto efficaci invece contro la sorveglianza massiva indiscriminata ed incontrollata: questo è a nostro avviso il vero terrore dei disonesti e dei corrotti, ed il motivo per cui scagliano di tanto in tanto le loro orde di mastini. ( capiscono un pezzettino in più della faccenda, e se la fanno sotto: per vederne delle belle, aspettiamo che arrivino a capire che le tecnologie tipo blockchain sono il metodo che scientificamente ad oggi dà la massima garanzia e trasparenza per effettuare delle votazioni )

In più, ci sono fondatissime ragioni oggettive per credere ad esempio che il c.d. “terrorismo internazionale” abbia molto a che fare con i nostri servizi segreti (occidentali) e con una certa strategia della tensione che si protrae da diversi decenni, assumendo di volta in volta le fattezze del cattivo di turno.
A questo punto, perchè non facciamo che è Goldstein una volta per tutte?!

Vogliamo dunque mettere in dubbio che le più grandi organizzazioni criminali riescono a svolgere i loro traffici illeciti perchè profondamente infiltrate nelle istituzioni civili, militari e finanziarie… in favore dell’ipotesi bitcoin?
Dunque, qualcuno sta mentendo, ma come scoprire chi? Studiando!

Non andavi tanto bene a matematica ai tempi della scuola, vero? Forse se fossi andato bene te ne saresti quasi vergognato, perchè saresti stato relegato tra gli sfigati. Non digerisci tanto bene il concetto  di blockchain e di funzione crittografica one-way, o la crittografia a chiave asimmetrica. Peccato, perchè non sono cose poi così difficili per un essere umano dotato di una istruzione-di-base-occidentale-media, e se le capisci anche solo a grandi linee puoi capire come si fa a decentralizzare l’informazione e renderla estremamente difficile da falsificare. Capito questo, la posizione dell’attuale sistema monetario rispetto alle criptovalute diventa abbastanza palese: il primo si basa sull’obbligo per legge di riporre fiducia in entità mostruose ed indefinibili controllate dai peggiori criminali della terra (banche), mentre il secondo rende il primo obsoleto e superfluo (!)

( Per chi non avesse capito questo ultimo paragrafo, riformulo: la tua ignoranza è la forza di chi ti vuole ingannare, e se vuoi poter decidere chi ti sta raggirando devi sapere; in questo caso devi capire almeno quelle due o tre cosette sulla crittografia, oppure fidarti del tuo amico nerd )

La cosa che non viene detta sui bitcoin:

I “soldi veri” ( dollari, euro ) sono oggi prodotti letteralmente per magia, ovvero facendo dei conti in modo assolutamente non trasparente e scrivendo un valore su una tabella di un database: ci fidiamo di chi ha accesso in scrittura su quel database.

Le criptovalute sono invece prodotte secondo un algoritmo appositamente studiato per impedire qualsiasi tipo di falsificazione: hanno un valore intrinseco dato dalla difficoltà di trovarli ( minarli )

La conclusione scientifica di tutto questo discorso è che quello che vediamo uscire dai media tradizionali in questi giorni sull’argomento è merda retorica della più pura. (si sente perchè ti anestetizza la punta della lingua)
Nello specifico si fa l’operazione di spostare la responsabilità dei peggiori mali del mondo su un mero mezzo: il bitcoin o più in generale la criptovaluta. Non ci dovrebbe essere bisogno di specificare che non è mai il mezzo ad essere buono o cattivo, ma lo è l’uso che se ne fa. Un esempio banale: con un coltello da cucina ci si possono tagliare pietanze o uccidere persone, eppure nessuno propone di regolamentare i coltelli da cucina, anche se questi vengono talvolta utilizzati per uccidere.
Applicando nella realtà questa logica fallace che ci viene propinata si hanno chiaramente gli esiti più inquietanti immaginabili. Sembra infatti che da più fronti si stia cercando di eliminare ogni forma di comunicazione riservata e di isolare o sopprimenre le menti “non allineate”, per giungere in pratica ad un vero e proprio divieto di pensiero e di parola: schiavi perfettamente inconsapevoli.

In effetti, il dubbio che mi rimane è se si stia mirando più ad una cosa tipo 1984, con programmazione neurolinguistica estrema e sorveglianza pervasiva totale, o a delle placide ed imponenti pile stile matrix con la realtà virtuale installata sul cloud ed indotta attraverso i mitici spinotti piantati nelle vertebre.

Piccola rassegna stampa

piccola rassegna stampa

CHI HA PAURA DELL’ANARCHIA DEL WEB?

Il Presidente della Camera Laura Boldrini non ha mai parlato di leggi
speciali per limitare l’anarchia online. Eppure ci si muove verso
nuove misure di sorveglianza, con le nuove volanti cibernetiche
URL: http://t.contactlab.it/c/2000461/6384/46392500/65914

CASSANDRA CROSSING/ CARA PRESIDENTE
di M. Calamari – Una lettera aperta al presidente della Camera
Boldrini. Che invoca il controllo della Rete in un paese che gia’ la
controlla. E avrebbe gia’ gli strumenti legali per agire senza operare
censure
URL: http://t.contactlab.it/c/2000461/6384/46392500/65916

CONTRAPPUNTI/ HA RAGIONE IL MOVIMENTO 5 STELLE
di M. Mantellini – Il reato perpetrato ai danni dei parlamentari
grillini va stigmatizzato. E tutte le forze politiche dovrebbero
esporsi contro i famigerati “hacker del pd”
URL: http://t.contactlab.it/c/2000461/6384/46392500/65917

LA CENSURA DEL MOVIMENTO 5 STELLE
Di L. Annunziata – Gli attivisti che hanno visto le proprie
comunicazioni elettroniche spiattellate in Rete si sono rivolti alla
magistratura. E dai magistrati hanno ottenuto censura
URL: http://t.contactlab.it/c/2000461/6384/46392500/65918

STALLMAN: IL W3C NON VENDA L’ANIMA ALLE DRM
Anche il fondatore di FSF si esprime contro l’inclusione di tecnologie
anticopia all’interno dello standard web per eccellenza. Sarebbe
contrario ai principi del W3C, dice Stallman, e aprirebbe le porte a
spyware e backdoor
URL: http://t.contactlab.it/c/2000461/6384/46392500/65926

USA, I NUOVI SOSPETTI DELLA PIRATERIA
Torna la lista nera dei paesi che turbano il sonno di Washington per
lo scarso impegno mostrato nella tutela della proprieta’
intellettuale. Nello Special 301 il nemico piu’ pericoloso e’
l’Ucraina. Dubbi sullo stallo italiano
URL: http://t.contactlab.it/c/2000461/6384/46392500/65927

23 denunciati per Hackit06

Hackers denunciati per hackmeeting 2006

A distanza di sei anni 23 compagni ed attivisti – che insieme ad altre centinaia hanno occupato e reso vivibile lo stabile in cui si è svolto l’Hackmeeting di Parma 2006 – si sono visti recapitare un decreto penale, accusati in base all’articolo 633 del codice penale di “Invasione di terreni od edifici”. Il reato che si contesta loro è, di fatto, quello di aver occupato uno stabile, averlo reso agibile e in parte restaurato; nell’aver costruito bagni, docce e cucina, nell’averlo reso vivibile per la tre giorni dell’evento per poi restituirlo alla città. Questo è esattamente quello che avviene da 16 anni durante ogni HackMeeting, l’annuale raduno della comunità hacker italiana, quando orde di hackers, provenienti da tutta la penisola e non solo, si incontrano per dare vita al libero scambio di saperi, informazioni, tecnologie, corpi, affetti, intensità, guidati dall’insana passione a “metterci le mani dentro”, a non delegare nulla, ad esprimersi in prima persona, in una dimensione collettiva e politica che trova nell’autogestione e nell’autorganizzazione la sua colonna vertebrale. Nonostante sia chiaro l’intento repressivo della digos e della questura di Parma, che ci è sembrata assolutamente zelante (6 anni e passa per un provvedimento è quasi fuori tempo massimo), rispediamo al mittente qualsiasi accusa, ricordando alle questure e ai governanti di tutte le risme, che la nostra forza non si piega a suon di denunce e che anche quest’anno ci ritroveremo in giro per la penisola per continuare a portare avanti le nostre istanze umane e politiche, per continuare ad esprimere la nostra voglia di condivisione e di libera espressione, per continuare a fare dell’hacking il nostro modo di cambiare la realtà. Non ci fate paura. Massima solidarietà ai compagni colpiti da quest’ennesima ondata repressiva.

Fonte: http://hackmeeting.org/