Liquid Feedback @ Linux Day

Torna anche quest’anno l’appuntamento con il Linux Day, l’evento dedicato alla divulgazione di GNU/Linux e del Software Libero. Anche quest’anno, a Firenze, l’evento è organizzato dall’associazione Libera Informatica, presso Le Murate.

Programma del Linux Day fiorentino

Programma del Linux Day fiorentino

In questa edizione c’è da segnalare una novità che può interessare a chi indaga il rapporto tra tecnologia e democrazia: una spiegazione-dimostrazione di Liquid Feedback, la piattaforma decisionale online utilizzata e resa celebre da alcuni Partiti Pirata (tra cui quello italiano) e da altre organizzazioni. Sarà un’occasione per parlare di democrazia liquida e di piattaforme decisionali, e di se e come queste possano far riavvicinare i cittadini alla politica.
Vi aspettiamo!

L’economia della felicità arriva a Firenze

Domenica 2 ottobre, al Teatro Verdi, andrà in scena l’ottava edizione della Conferenza Internazionale sull’Economia della Felicità

Una giornata dedicata all’analisi critica dell’attuale modello economico e alla ricerca di alternative sostenibili sul piano sociale, ecologico ed ambientale.

Molto ricco il programma, che prevede l’intervento dei massimi esponenti nazionali e internazionali su questi temi: da Serge Latouche e Maurizio Pallante -divulgatori della c.d. “Decrescita felice”- a Vandana Shiva; ma è atteso anche Rossano Ercolini, presidente di Zero Waste, l’associazione che ha elaborato quella strategia rifiuti zero da poco adottata anche a Sesto Fiorentino. E poi ancora il filosofo Diego Fusaro, Rob Hopkins e molti altri, tra cui ovviamente Helena Norberg-Hodge, autrice del documentario da cui l’evento stesso prende il nome.

L’ingresso può essere a offerta libera (senza posto assegnato e pranzo), oppure, con una donazione minima di 10 € (qui) si può garantire un posto a sedere e prenotare il pranzo al sacco con un cestino biologico a km zero.

Sesto può svoltare

comune sesto

I media nazionali ne parlano (comprensibilmente) pochissimo, ma quello che è accaduto a Sesto Fiorentino (negli ultimi 12 mesi, più che domenica) rappresenta una svolta storica per la città.
Sesto, fino a ieri, era una “Stalingrado”, la roccaforte delle roccaforti del fu PCI e delle sue successive involuzioni (PDS-DS-PD). Mai era successo che il candidato di “quell’area” non diventasse Sindaco al primo turno, e già la vittoria di Sara Biagiotti con poco più del 55%, due anni fa, era parso un campanello d’allarme. Ma lo strappo si è creato nei mesi successivi.
La prospettiva dell’inceneritore e della nuova pista dell’aeroporto che ha messo in allarme la popolazione, il “gran rifiuto” di 8 consiglieri comunali del PD di obbedire a direttive romane, la mozione di sfiducia e l’espulsione dei suddetti 8 dal PD stesso. E poi il commissariamento e le elezioni anticipate.
In questi mesi a Sesto è successo qualcosa che -ahimé- non è capitato quasi in nessun altro posto d’Italia. E’ successo che la rabbia e la delusione della gente nei confronti del PD non ha trovato sfogo nel populismo becero della Lega o nel qualunquismo pentastellato; ha invece assunto i connotati dell’attivismo civico dal basso, della partecipazione, della ricerca di soluzioni alternative: dalle instancabili Mamme No Inceneritore ai comitati per la Piana contro le nocività, a tante altre iniziative promosse dalle persone.
Iniziative che non si sono limitate al NO, ma hanno anche avuto il merito di far capire che le alternative esistono (a cominciare dalla strategia Rifiuti Zero), e che spesso l’unica cosa che manca è la volontà politica di intraprenderle. Per interessi partitici, più che per ignoranza.  
E così è successo che anche la politica ha avuto un sussulto d’orgoglio. Gli espulsi del PD, in questi mesi, sono stati oggetto di scetticismo, se non proprio di ostilità aperta. Molti non hanno saputo (o voluto) perdonare loro il “peccato originale” di essere stati un tempo dentro il PD medesimo, e di avere avuto a suo tempo opinioni diverse. Eppure bisognerebbe quantomeno riconoscere loro il fatto che, senza il loro gesto, oggi molti sestesi non potrebbero nemmeno sperare nel ballottaggio. “The hateful 8” avrebbero potuto fare come molti loro compagni di partito: obbedire e sperare di essere ricompensati, magari con un posto a Roma. E invece hanno scelto di interpretare la volontà della stragrande maggioranza dei cittadini, pagandola con l’espulsione da un partito che molti di loro avevano contribuito a far nascere.
La decisione di creare l’associazione Per Sesto e di appoggiare Lorenzo Falchi, alla fine, ha premiato. Molti sestesi avrebbero in realtà voluto che fossero i partiti TUTTI a fare un passo indietro e a sostenere Maurizio Quercioli, espressione della società civile. 
Alla fine l’accordo non è stato raggiunto, ma ormai tutto ciò ha ben poca importanza. Ciò che conta è che il 19 ci sarà un ballottaggio che potrebbe lanciare un segnale forte a Renzi e alla sua concezione di governo. 
Come sezione Toscana del Partito Pirata , appoggiamo convintamente Lorenzo Falchi. Non solo per il programma (peraltro costruito in maniera partecipata e aperta) che ci trova d’accordo sui punti essenziali (difesa del territorio dalle opere inutili; tutela dei beni comuni, a partire dall’acqua pubblica; percorso verso la strategia rifiuti zero; partecipazione, cultura etc)., ma anche per aver constatato di persona la disponibilità all’ascolto, al dialogo, al confronto. 
E chissà che Sesto non dia una lezione anche a livello nazionale. 

A Firenze arrivano gli OSCE Days

OSCE DAYS logo

Può l’approccio Open Source contribuire al passaggio da un’economia lineare ad una circolare? Ne sono convinti Lars Zimmermann e gli altri organizzatori degli OSCE (Open Source Circular Economy) Days, un evento globale e decentralizzato che si svolgerà dal 9 al 13 giugno in svariate città del mondo; in Italia sono previsti eventi a Roma, Firenze, Rovereto, Torino e Villa Bartolomea.

A Firenze l’appuntamento è per Sabato 11 giugno, all’Impact Hub (via Panciatichi 14) a partire dalle ore 15. (vd. il programma).

Scopo degli OSCE Days è quello di coniugare l’approccio Open Source con la ricerca di un’economia (e in generale di una società) senza rifiuti, in cui i prodotti, fin dal “concepimento” (ossia dal design) siano pensati per poter essere riutilizzati e riciclati.
Come recita la
Mission Statement:

Attualmente abbiamo un sistema lineare -prendiamo le risorse dalla terra e le trasformiamo (spesso in maniera rischiosa) in rifiuti. Consumiamo e distruggiamo il nostro pianeta più velocemente di quanto esso non possa auto-ripararsi. Conosciamo questi problemi da decenni, ma nonostante una sempre maggiore consapevolezza da parte dell’opinione pubblica siamo ancora ben lontani da soluzioni globali. Gli approcci “verdi” al momento agiscono solo come freni (per giunta poco efficaci) in questa traiettoria distruttiva. È necessaria una svolta più radicale nel nostro modo di collaborare, progettare, produrre e distribuire i nostri prodotti e i servizi collegati.

Ma come si inserisce l’Open Source in questo discorso?

(…) quando pensiamo al design e alla produzione, è assai inverosimile che delle aziende possano costruire da sole, in totale isolamento, dei processi perfetti, nei quali le componenti di due o tre prodotti elegantemente ideati alimentano i reciproci cicli vitali in modo bilanciato e nettamente concluso. Questo modo di pensare all’economia circolare è immensamente difficile ed illogico.

Abbiamo bisogno di guardare più lontano, per prospettive più lungimiranti. Abbiamo bisogno di collaborazione e standard aperti attraverso Paesi e industrie. Abbiamo bisogno di trasparenza nei processi di fabbricazione e produzione materiale. Abbiamo bisogno di prodotti che siano comprensibili, resi aperti e riparabili. Abbiamo bisogno di condividere la conoscenza su come le risorse scorrono attraverso il nostro sistema. E quando vengono ideate e diffuse buone soluzioni, dobbiamo essere in grado di usarle, di costruire sopra di esse e di migliorarle, a beneficio del nostro pianeta e della nostra società.

Abbiamo bisogno di un approccio Open Source all’economia circolare!

I nostri problemi ecologici sono condivisi da tutti noi; ergo, anche ogni soluzione dev’essere ugualmente condivisa.

Open Source significa rendere pubblico il come son fatte le cose; ricette, codice sorgente, dati di produzione o file di progetto, cosicché tutti possano studiare, usare e costruire sopra queste informazioni.

Questo spesso accade attraverso la collaborazione decentralizzata e distribuita; diversi gruppi che discutono idee di progetto, danno feedback, risolvono i bug, “prototipano” soluzioni e costruiscono software, hardware, strumenti e cultura utile e personalizzabile.

Dal Software Libero -che sta alla base della parte più grande di Internet- fino ad arrivare a Wikipedia e Open Street Map, possiamo vedere che questa collaborazione distribuita può fare grandi cose. Noi utilizziamo strumenti e tecniche sviluppate in questa tradizione per lavorare insieme, in modo internazionale e interdisciplinare. Seguendo il successo del mondo del software, il modello Open Source è ormai diventato un movimento in continua espansione; dall’Open Hardware all’Open Design, dagli Open Data all’Open Government.

Crediamo che questo modo di collaborare -il modo Open Source- e la trasparenza e libertà che ne derivano siano la chiave -nonché l’unica via- per creare un’economia circolare radicalmente diversa, complessa e in rapido sviluppo.

Firenze è una città che, negli ultimi anni, ha visto nascere numerose realtà interessanti, e questo appuntamento è la vetrina ideale.
Tra i partecipanti ci saranno il gruppo dei Restarters fiorentini, gli Orti dipinti, i ragazzi di Funghi Espresso, le agguerrite Mamme No Inceneritore e la Nastro Azzurro.

Si consiglia dunque di non mancare a questo appuntamento, e di registrarsi tramite EventBrite.

Aaron è più vivo che mai

Domenica scorsa, a Firenze e Roma, abbiamo voluto ricordare Aaron Swartz, proiettando il documentario realizzato in suo onore (The Internet’s own boy).

Nell’evento fiorentino -tenutosi al FabLab Firenze– l’aspetto che è emerso maggiormente e che quasi tutti hanno sottolineato è la scarsissima -quasi nulla- notorietà della vicenda, anche tra gli “addetti ai lavori” (intesi in senso ampio: informatici di professione, ma anche appassionati di libertà digitali e software libero, frequentatori di FabLab e affini). E una certa uniformità di opinioni c’era anche sul perché tale vicenda sia poco nota; la “disorganicità al sistema” di Swartz era un qualcosa che non lo rendeva -agli occhi dei media mainstream- un modello da additare alle future generazioni, a differenza -ad esempio- d’uno Steve Jobs o simili, questi ultimi invece meritevoli di quella che è considerata -oltreoceano ma anche qui, ormai- la più grande virtù umana: la capacità di monetizzare la propria intelligenza (o scaltrezza).

Prima ancora che la sua battaglia sull’accesso libero alla conoscenza scientifica, è stato forse il suo rifiuto della “cultura della Silicon Valley” -e dunque dell’idea che qualunque guadagno è lecito, compreso quello ottenuto a scapito del progresso collettivo- a renderlo un personaggio sovversivo. Una sovversività per giunta tra le più pericolose, in quanto proveniente non da scalmanati violenti e incendiari (e dunque facilmente additabili alla pubblica opinione come pericoli pubblici), ma da un ragazzo mite e timido, un po’ introverso, e soprattutto dannatamente intelligente.

In effetti, molti dei messaggi che mandava al mondo, tramite il suo blog o nelle dichiarazioni pubbliche, erano decisamente sovversivi. Vorrei soffermarmi su due in particolare.

Rifletto sulle cose in modo profondo e vorrei che gli altri facessero altrettanto

Questo è forse uno degli aspetti più tragici della società contemporanea, e del nostro Paese in particolare: la tendenza sempre più diffusa a fermarsi al titolo di un articolo giornalistico (almeno per chi ancora li legge), o ad accettare in maniera del tutto acritica ciò che si vede a questo o quel cosiddetto telegiornale, e di conseguenza al dare giudizi sommari, a valutare con la pancia anziché con la testa.
C’è da dire che, in tutto ciò, la cosiddetta informazione, la politica e l’opinione pubblica hanno pari responsabilità nell’aver creato un circolo vizioso da cui non s’intravede via d’uscita.
Alla sempre più dilagante pigrizia mentale dell’uomo di strada la politica si è adeguata e adagiata, riducendosi ormai a comunicare a forza di messaggi talmente brevi e concisi da poter rientrare in un tweet o addirittura su una felpa. E ovviamente la complessità non la si può spiegare in 140 caratteri, e le conseguenze si vedono. Provvedimenti ritenuti utili anche dagli addetti ai lavori non vengono approvati per timore che la gente non capisca; un timore divenuto ormai certezza, tanto che si preferisce seguitare con le soluzioni a breve termine e con la ricerca del consenso immediato. A scapito ovviamente delle generazioni future e in parte anche di quelle presenti.

E l’informazione (sia essa cartacea, televisiva o cibernetica), salvo poche virtuose eccezioni, ha ormai da tempo capito che elettori e lettori si distinguono solo per una “e” iniziale, e che dire loro ciò che vogliono sentirsi dire funziona tanto nelle edicole (o nei siti web) quanto nelle urne. Così chi legge lo fa per rafforzare le proprie convinzioni, più che per farsi venire i dubbi.
E c’è da dire che un certo web -quello dei social media in primis– è divenuto ulteriore amplificatore di questi fenomeni, anziché esserne -come voleva Aaron- un anticorpo. Eppure, ad oggi la rete resta pur sempre il medium che ha reso possibili progetti come Wikipedia, Wikileaks, il movimento Open Access o quello per il software libero; fenomeni che non sarebbero mai nati nei media mainstream.

Ritengo che non sia abbastanza vivere semplicemente nel mondo così com’è, solo prendere quel che ti viene dato e seguire quel che gli adulti ti dicono di fare, e quello che i tuoi genitori ti dicono di fare, e quanto vuole la società, penso che ci si dovrebbe sempre porre delle domande. (…) Una volta capito che c’erano alcuni problemi veramenti seri, questioni fondamentali, per i quali potevo contribuire a trovare una soluzione, ho escluso la possibilità di non farlo (min. 0:25)

E questa è forse l’altra più grande lezione che Swartz ha lasciato in eredità ai posteri. Questa sorta di “imperativo morale categorico” all’azione, quando ci si imbatte in qualcosa che riteniamo sbagliato, è probabilmente quanto di più lontano esista da un certo tipo di mentalità italica. Quella mentalità, s’intende, che d’innanzi alle storture si limita all’invettiva contro il “governo ladro” di turno; e che, in genere, finisce con l’augurarsi l’avvento di qualcuno che “spazzi via tutto”, soprattutto gli odiati “politicanti” e le istituzioni democratiche che rappresentano. E se quel “qualcuno” chiederà poteri eccezionali beh, che gli vengano pur dati, a patto che ci garantisca che risolverà lui i nostri problemi al posto nostro. Nel breve saggio intitolato di Stefano Berni e Jacopo Berti, intitolato “Origini, genealogia e antropologia della cultura familistica italiana”, alle pp.38-39 si incontra un perfetto riassunto della situazione:

Questo campanilismo rafforza o è addirittura la causa di una logica antistatalista in cui si riconoscono e si legittimano i propri territori rispetto a quelli degli altri. Di qui l’odio verso un potere centrale forte, che induce a sfuggire alle proprie responsabilità di cittadino nazionale: non voler pagare le tasse; guardare al potere, qualsiasi esso sia, con acredine e sfiducia; non fidarsi degli altri; non rispettare la cosa pubblica, salvo poi lamentarsi del malgoverno e del malfunzionamento dell’amministrazione, sollecitando una figura forte, quasi mitica, in grado di aggiustare tutto. Nell’anarchia e nel crogiolo italico, l’appello a un tiranno giusto, che intervenga per ristabilire l’ordine, è sempre stato la ricetta che molti italiani hanno desiderato: Dante si rivolge all’imperatore tedesco; Machiavelli invoca il Principe; la Monarchia accetta il male minore: Mussolini; il capitalismo familistico italiano si accontenta di un Berlusconi (o di un Renzi, n.d.r.) qualsiasi.

Oppure quella mentalità per cui, se anche si agisce, lo si fa ricercando soluzioni individuali, più che collettive; il lavoro ottenuto tramite raccomandazione, la mazzetta o il pizzo pagati al potente di turno in nome del quieto vivere etc.

È per tutte queste ragioni che, qui in Italia, è importante ricordare Aaron Swartz anche più che altrove: egli incarnava e racchiudeva in sé tutte quelle virtù che mancano -o anzi sono diametralmente ribaltate in vizi- in larga parte della popolazione italiana. L’altruismo, il senso civico, la curiosità intellettuale, la fame di conoscenza, lo spirito critico, la spinta morale alla ribellione contro le ingiustizie e, soprattutto, il non aver paura di sfidare il potente di turno.

L’EREDITÀ DI AARON: LE VIE DEL FILE-SHARING SONO (quasi) INFINITE

Al di là delle virtù umane, l’invito che Swartz rivolgeva nel Guerrilla Open Access Manifesto (condividere il più possibile la conoscenza, nella fattispecie articoli scientifici “ostaggio” di editori a pagamento) non è caduto nel vuoto. Di seguito una rassegna delle ultime novità in materia.

#ICANHAZPDF
Questo sistema nasce su iniziativa della ricercatrice Andrea Kuszewski; chi ha bisogno di un articolo e si trova impossibilitato a scaricarlo utilizza l’hashtag #icanhazpdf e linka l’url del file desiderato (e, volendo, anche il proprio indirizzo email). Chi può scaricarlo si mette in contatto col “richiedente”, e gli invia il file; una volta conclusa l’operazione il tweet originale viene cancellato. (articolo originale)

PirateBox & forks
Sono nati, in questi ultimi anni, progetti open hardware per creare dispositivi finalizzati al File Sharing offline. Uno dei più noti è la PirateBox, una sorta di piccolo router hackerato su cui si installa Open WRT. Lo si può realizzare con un piccolo router portatile, o in alternativa con un Raspberry PI o un laptop; il dispositivo genera una rete wifi libera, a cui chiunque si può connettere per eseguire il download dei file contenuti -ad esempio- in una chiavetta USB o per fare l’upload dei propri. Per far ciò, dopo essersi connessi, è sufficiente lanciare un qualunque browser e digitare piratebox.lan nella barra degli indirizzi; si apre una pagina come questa.

La LibraryBox è uno dei principali progetti derivati dalla PirateBox, da cui si differenzia principalmente per il fatto di essere anche acquistabile (oltre che auto-assemblabile). Ciò che rende interessante il progetto è il fatto che esista una mappatura a livello globale.

 

Materiali per approfondire:

Ricordando Aaron Swartz

VolantinoL’11 gennaio 2013 in un appartamento di Brooklyn veniva trovato il corpo senza vita del ventiseienne Aaron Swartz.
Informatico e hacker geniale, Aaron aveva dedicato gran parte della propria esistenza alla causa della conoscenza libera.
Era stato tra i creatori di Open Library e delle licenze Creative Commons, era un editor di Wikipedia e uno degli attivisti della vittoriosa campagna contro il SOPA (la legge del governo statunitense che inaspriva le pene per chi violava il copyright), e tanto altro.
Una delle cose che più lo infastidivano erano le biblioteche digitali online a pagamento. Riteneva semplicemente immorale che coloro che non possono permettersi l’iscrizione a Università prestigiose debbano sborsare decine di dollari per ogni singolo articolo scientifico scaricato. Riteneva che l’accesso alla conoscenza fosse, molto semplicemente, un diritto umano.
E allora nel 2008 aveva scritto il Guerrilla Open Access Manifesto, in cui esortava tutti coloro che avevano accesso a librerie online a pagamento a rivelare password, a fare copie per gli amici dei files e qualunque altra azione utile a condividere la conoscenza scientifica. Anche se tutto ciò veniva definito “pirateria”.
Perché, come amava ripetere (analogamente ad altri prima di lui), “Non c’è giustizia nel rispettare leggi ingiuste”.  
Nel 2011 fu trascinato in tribunale da Jstor, con l’accusa di aver scaricato illegalmente quasi 5 milioni di articoli scientifici dal sito, e di avere l’intenzione di rilasciarli in Open Access. Se condannato avrebbe rischiato una multa fino a 1 milione di dollari e fino a 35 anni di carcere.
I file scaricati erano precedenti al 1923 e già di pubblico dominio nella versione originale, ma protetti da copyright nella nuova versione digitale di Jstor. Il quale, peraltro, non prevedeva nel regolamento alcun limite di download; l’accusa ruotava attorno al fatto che Swartz aveva fisicamente collocato il PC in uno stanzino del MIT a cui non avrebbe -secondo l’accusa- potuto accedere (benché non fosse chiuso a chiave).
Consumato fisicamente ed economicamente dalla vicenda giudiziaria, Aaron decise di togliersi la vita.

Le sue idee e i suoi ideali sono però vivi oggi più che mai.
Quantomeno perché permangono i problemi che denunciava; problemi a cui le persone cercano soluzioni sempre nuove, non esitando a utilizzare strumenti anche d’uso molto comune, tra cui Twitter (vd. qui).

Il prossimo 10 gennaio, al FabLab Firenze (Via Panciatichi 14), a partire dalle 18.00 vogliamo parlare di tutto ciò, proiettando “The Internet’s own boy”, il documentario a lui dedicato.  
A seguire aperi-cena e dibattito.

Sesto e la democrazia, nell’era di Liquid Feedback

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Qualche tempo fa Matteo Renzi, parlando dell’articolo 18 e dintorni, disse che era più o meno come avere un iPhone e chiedersi dove andasse inserito il gettone.
Ora, al di là delle spontanee battute volgari che potevano scaturire in risposta a quel quesito, le parole del Premier tornano in mente oggi, perché a fare la figura dell’anziano spaesato d’innanzi all’ultimo smartphone sembra, piuttosto, l’intero sistema dei partiti italiani (oltre che, naturalmente, il codazzo di giornalisti al seguito).

La vicenda di Sesto Fiorentino, con la sfiducia al sindaco Biagiotti, ha mostrato, una volta di più, quanto abissale sia ormai la distanza tra i partiti cosiddetti “di massa” e i cittadini che dovrebbero rappresentare.
Quella sestese è la storia d’una candidata sindaco imposta dall’alto, senza primarie (con tacito e colpevole assenso della cosiddetta minoranza), messa li’ da quel Renzi che grazie proprio alle primarie è diventato Segretario (e, in sostanza, padrone) del PD. Con un programma che, in buona sintesi, si può riassumere in “fa’ ciò che vuole la dirigenza”, incluso aeroporto, inceneritore e annessi.

Senonché le suddette opere, a Sesto come in qualunque altra parte d’Italia, qualche preoccupazione inevitabilmente la destano. Certamente non solo a quelli che la stampa filo-governativa suole dipingere come fancazzisti – perdigiorno – radical chic-comunisti, ma anche a comunissime madri di famiglia, organizzatesi in un’associazione che ne ha al suo fianco molte altre.  

E allora ecco che le letture della vicenda date dalla suddetta stampa lasciano il tempo che trovano.
“Sara Biagiotti ha vinto col 56% dei consensi” è il refrain che si sente ripetere, “e dunque sfiduciarla significa tradire la volontà degli elettori”. Ora, a parte il fatto che quel 56% è un dato tutt’altro che straordinario, in un comune in cui il PD avrebbe serie possibilità di vittoria anche candidando un rotweiler o un attaccapanni, la questione è decisamente più complessa.
Tanto a livello locale quanto nazionale, si parte dal presupposto che votare per un candidato significhi lasciargli carta bianca su tutto per gli anni a venire, indipendentemente dal fatto che rispetti o meno le promesse fatte in campagna elettorale. Così oggi c’è chi accusa la minoranza DEM di aver tradito il mandato agli elettori se non supporta in pieno l’agenda politica di Renzi. Si finge di ignorare il fatto che l’attuale Premier, per vincere le primarie, non aveva minimamente accennato a molte delle riforme che adesso sta portando avanti; non aveva parlato dell’abolizione dell’articolo 18 (“non è quello il problema” diceva), o ai super-presidi nelle scuole, o alla legge elettorale. “Paradossalmente”, chi oggi in aula vota contro quelle riforme sta in effetti dimostrando coerenza con i propri elettori: che – è bene ricordarlo – in un Paese democratico dovrebbe essere più importante della fedeltà al capo-partito.

Ora, la vicenda di Sesto Fiorentino presenta caratteristiche peculiari, ma il problema di fondo è identico: oggigiorno non è più pensabile che chiunque voti per un partito (o un candidato) ne condivida il programma al 100%. Lo si può votare perché lo si ritiene il male minore, o magari per punirne un altro (il cosiddetto “voto di protesta”); o magari lo si vota perché si condivide quasi tutto il programma, ma si è in disaccordo con alcuni punti, non necessariamente irrilevanti.

La consapevolezza di tutto ciò ci ha spinti, come Partito Pirata, a superare la forma di partito tradizionale e verticistico, rinunciando ad avere un Leader e affidando il potere decisionale ad un organo collettivo che si chiama Assemblea Permanente: le decisioni vengono prese votando democraticamente le mozioni, con tempi e regole certe (e anch’esse collettivamente stabilite).
Lo strumento informatico che rende tecnicamente possibile la perenne convocazione e il lavoro dell’assemblea è Liquid Feedback, software libero utilizzabile non soltanto dai Partiti, ma potenzialmente da qualunque associazione od organizzazione.
Per maggiori informazioni sul funzionamento del software si veda QUI.

Dunque la domanda è semplice: è pensabile, nell’A.D. 2015, in un Paese in cui gli italiani possiedono mediamente un cellulare e mezzo a testa (e dunque di possibilità di accesso alla Rete), di utilizzare degli strumenti Internet (non necessariamente Liquid Feedback) per coinvolgere maggiormente la popolazione locale nella vita democratica del proprio comune?

Dal punto di vista tecnico non ci sono motivi per dubitarne.
L’Islanda -Paese che ha una popolazione di circa 300.000 persone, e in cui il Partito Pirata è attualmente in testa ai sondaggi- ha utilizzato strumenti “rudimentali” come i social network non per scrivere una legge qualunque, ma per cambiare la Costituzione. E se 300.000 persone sembra una piccola cifra, teniamo presente che nella stragrande maggioranza dei Comuni italiani abitano molte meno persone.

Certo, l’Italia ha qualche problemino in più dell’Islanda; l’età media alta (siamo il secondo Paese più vecchio al mondo dopo il Giappone) e -strettamente correlato- un analfabetismo digitale tra i più alti del continente; ma è anche vero che almeno il secondo di questi problemi è verosimilmente destinato ad affievolirsi molto -se non proprio a scomparire- col passare degli anni, quando le vecchie generazioni saranno sostituite da quelle dei c.d. “nativi digitali”.
E dunque è pensando a costoro che dovremmo cominciare a muoverci, e pretendere che chi amministra la Res Publica coinvolga maggiormente i cittadini nelle decisioni che riguardano la loro vita quotidiana.

Anche e soprattutto in materia di opere -grandi o piccole che siano- dall’alto impatto ambientale; se si tratta di costruire inceneritori, varianti autostradali, aeroporti o simili, riteniamo (ed è un punto del programma) che consultare la popolazione locale e considerare vincolante la decisione presa dalla popolazione dovrebbero essere tappe obbligate, al giorno d’oggi.

Altrimenti, faremo sempre la figura dell’anziano spaesato d’innanzi all’iPhone.

L’Etica Hacker dall’informatica alla società: materiali e interventi

Lo scorso 16 maggio il Partito Pirata ha partecipato all’Open Day mensile del FabLab Firenze, dedicato stavolta al tema dell’Etica Hacker.

Prima di entrare nel vivo della materia, però, è buona educazione fare gli onori di casa. E dunque Lucio Ferella, coordinatore del FabLab Firenze, spiega cos’è un FabLab in generale e quali sono le regole e le attività che vi si svolgono. Ed è subito chiaro che si tratta del posto ideale per un hacker 🙂

E dopo le presentazioni si entra nel vivo del tema.
Scopo della giornata era in primis far chiarezza sul reale significato del termine “Hacker” e dei suoi derivati, e in secondo luogo mostrare come la filosofia di vita di queste persone (i cui valori fondanti sono la condivisione della conoscenza e la collaborazione) sia da tempo uscita dai recinti dell’informatica per “entrare” nella società civile.

Punto di partenza per la riflessione è stato il volume di Pekka Himanen “L’etica hacker e lo spirito dell’età dell’informazione“, pubblicato da Feltrinelli nel 2001. Il saggio, che procede mettendo a confronto l’etica protestante e quella degli hacker, risulta ancor oggi particolarmente interessante per la presenza di alcune domande “profetiche” che l’autore si poneva; nello specifico, Himanen si chiedeva se fosse lecito immaginare un “modello economico” e un “modello sociale” improntato ai valori degli hacker.
Di seguito le slides e l’intervento di Leonardo Zampi.

MATERIALI PER APPROFONDIRE

Di seguito un elenco ragionato di materiali per chi volesse approfondire alcuni temi trattati nel corso dell’intervento:

Sull’etica hacker in generale:

Sull’Open Source business model:

Sul Partito Pirata e Liquid Feedback

                                                                     BITCOIN
Bitcoin è forse uno degli esempi più clamorosi di etica hacker “uscita” dal computer. Eppure il funzionamento di questa criptovaluta è ancora per molti un mistero, e allora Fausto Soriani (uno degli esperti italiani in materia) è venuto a chiarirci un po’le idee.

 

Così parlò il leghista

gggCome sapete, una settimana fa avevamo inviato ai candidati governatori della Toscana alcune domande; e, come precisato, gli unici a degnarci d’una risposta sono stato il leghista Claudio Borghi e Gabriele Chiurli, di “Democrazia diretta”.

Premesso il fatto che a Borghi va riconosciuto il merito d’aver se non altro risposto, credo sia giunto il momento di dire due parole circa il contenuto di tali risposte.

Con una premessa: Claudio Borghi non è un leghista qualunque. È un docente di Economia degli intermediari alla Cattolica di Milano. È quello che -come ci ha spiegato- è entrato nella Lega da pochi mesi ed è riuscito a imporre la propria linea economica (uscita dall’euro in primis) a Salvini.

Insomma, un ritratto lontano dallo stereotipo del leghista semi-analfabeta che tante malelingue sono solite tratteggiare. Ed è alla luce di queste considerazioni che alcune sue risposte lasciano perplessi.

E lasciano perplessi perché sono una dimostrazione lampante di quanto, ormai, la sfida politica italiana si giochi pressoché esclusivamente sul piano della comunicazione, con tecniche e strategie riprese pari pari dal mondo del marketing; lo slogan, il refrain, la frase a effetto, ma soprattutto l’abitudine ad illudere la gente che esistano soluzioni semplici a problemi estremamente complessi. E in tutto ciò non si avverte più neanche la necessità di documentarsi un minimo sui problemi, prima di rispondere a una qualsiasi domanda; si può più comodamente ricorrere a queste riposte “pre-confezionate”, messe insieme raffazzonando dogmi imposti dalle segreterie di partito, attacchi strumentali all’avversario e promesse generiche. Fece meno scalpore del dovuto l’episodio di qualche mese fa, quando la leghista Claudia Bellocchi (coordinatrice del partito a Roma e nel Lazio), intervistata ai microfoni di Radio Cusano Campus, continuò a ripetere che il trattato di Schengen andava sospeso, salvo poi bloccarsi quando i conduttori le chiesero se sapesse cosa fosse di preciso il suddetto trattato.

Parafrasando il JAx dei bei tempi andati: “Se la politica fosse cibo, la Lega sarebbe un fast-food”.

Lo slogan e il refrain: tutta colpa di Renzi

Una bugia ripetuta 1000 volte diventa una verità. Una tecnica vecchia e consolidata nel mondo del marketing, ma che da qualche anno la politica è riuscita ad applicare con successo alla creazione di consenso. Si tratta di assicurarsi che il maggior numero possibile di deputati ripeta davanti alle telecamere (dei tg o dei talk-show) alcuni concetti-chiave, di volta in volta ritenuti come quelli più in grado di far presa sull’opinione pubblica, capaci di far passare in secondo piano ogni possibile obiezione. Tecnica non a caso diventata prassi abituale a partire dai partiti di Berlusconi. Ai tempi dei suoi governi, se l’argomento era la riforma Gelmini il ritornello doveva necessariamente essere “Nell’università pubblica ci sono troppi baroni”; se il tema erano le leggi-bavaglio contro le intercettazioni telefoniche il punto era che esse “costavano troppo”, e via dicendo. Il PD di Renzi -così come tutti gli altri, M5S incluso- ha ereditato e forse persino migliorato quest’abitudine; alla vigilia delle europee non c’era deputato dem che non infilasse nel proprio intervento (qualunque fosse l’argomento) la storia degli 80 euro. E in seguito la riforma del Senato, e poi la legge elettorale, etc.

Ora, Borghi non fa eccezione. Se da Via Bellerio è arrivato l’ordine di iniziare ogni ragionamento dando la colpa a Renzi, anch’Egli si adegua, con sprezzo del ridicolo.

E così si viene a scoprire che le alluvioni e il dissesto idrogeologico sono colpa di Renzi, reo di aver abolito le province (cosa vera solo in parte, peraltro, ma comunque richiesta dalla stragrande maggioranza della popolazione italiana), che di questo si occupavano.

Perché è noto, infatti, che quando c’erano le province i dissesti non si verificavano mai.

Ma #colpadiRenzi è solo il primo refrain. C’è anche il “se vinciamo in Toscana, cade Renzi”. Affermazione ovviamente priva di qualunque fondamento giuridico, visto che -Costituzione alla mano- i governi cadono se il Parlamento li sfiducia. Del resto, se un Governo dovesse dimettersi ogni volta che il partito di maggioranza non vince un’elezione, cambieremmo governo probabilmente ogni 6 mesi.

Ma Borghi dà il meglio di sé nel (non) rispondere all’altra domanda, quella in cui gli viene chiesto dove pensa di trovare i soldi per la manutenzione del territorio. “Poiché se vinciamo in Toscana, cade Renzi, cercheremo di vincere anche le Politiche e in quel caso troveremmo i soldi per fare le cose giuste e negli interessi del nostro Paese, quindi anche per questo settore”.

Chiaro, no? I soldi li troveranno da qualche parte, se vincono le regionali prima e le politiche poi. Non è chiaro cosa accade se vincono le Regionali ma non le politiche, ma insomma non sottilizziamo troppo; dopotutto hanno assicurato che i soldi da qualche parte li trovano. C’è solo da augrarsi che, da qui a quando saranno padroni assoluti dell’Italia, il tempo regga.

Il capolavoro di Borghi è tuttavia la risposta sulle monete complementari. Si chiedeva un parere sulla possibilità di sperimentare l’utilizzo di valute complementari (tipo il Sardex) anche in Toscana. “Mi viene da sorridere: il PD prima costringe l’Italia a fare la serva di Berlino, e poi nelle regioni che amministra studia questi stratagemmi che potrebbero anche funzionare, ma che sono, diciamo, quantomeno stravaganti. Mi piacerebbe che un governo, possibilmente eletto dai Cittadini, dicesse stop alla moneta unica, principale nostro attuale problema. Poi si possono studiare tutti i metodi complementari di scambio e commercio possibili, sempre negli interessi di produttori e acquirenti”.

Ecco, anche a me viene da sorridere, ma giusto per non piangere. Borghi è evidentemente convinto che il Sardex o il Bitcoin siano “strategemmi” inventati dal PD per amministrare certe regioni. Sarebbero bastati due minuti per scrivere questi vocaboli su Google e scoprire che, invece, sono rispettivamente parto della mente di alcuni ragazzi sardi e di un gruppo di hacker giapponesi (del resto, con rispetto parlando, pensare che nel PD ci siano persone in grado di escogitare soluzioni di questa complessità significa sopravvalutare parecchio questo partito).

Quanto poi all’affermazione che “potrebbero funzionare” ma sono “stravaganti”, il Sardex è oggi utilizzato da oltre 2500 imprenditori in Sardegna, e Bitcoin è un fenomeno globale.

Da un docente di economia ci si aspetterebbe che quantomeno fosse a conoscenza di cosa siano questi fenomeni. O magari potrebbe farseli spiegare dal compagno di partito Calderoli, che esattamente 10 anni fa propose la stessa identica cosa, cioè d’introdurre una valuta nazionale da usare in parallelo con l’euro (il cosiddetto “doppio binario”). Propose anche di chiamare tale valuta “Calderolo”. L’idea nacque e morì lì, e tuttavia oggi l’ipotesi di usare più valute nell’Unione Europea è tutt’altro che una boutade; nelle scorse settimane era stata persino ventilata l’ipotesi di introdurre il doppio binario in Grecia, come alternativa meno drastica all’uscita dall’Euro.

Ma tutti questi discorsi, naturalmente, possono interessare soltanto un’assai ristretta parte del popolo italiano. Ai più basterà sentirsi dire che tutto si risolverà uscendo dall’Euro e radendo con le ruspe i campi rom.

Tornano in mente le parole del mai abbastanza compianto Monicelli: “agli italiani piace che qualcuno pensi al loro posto; poi, quando le cose vanno male, ma veramente male, lo appendono per i piedi”.